AUTUNNO

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Ogniqualvolta mi capita di ascoltare un episodio in cui un bambino, un anziano, un malato, un animale o comunque un essere che ci appare fragile, innocente ed indifeso, è stato abbandonato, mi sento toccata nel profondo. E così nasce indignazione, biasimo o rabbia verso chi agisce in quel modo. L’abbandono suscita in molti di noi emozioni intense legate al concetto di perdita e negazione dell’amore. Abbandonare ed essere abbandonati sono così intrinsecamente legati ad emozioni di paura che generano attaccamento alle cose materiali o ai sentimenti: ansia e preoccupazioni iniziano a farsi strada con un risultato di perdita e una sensazione di essere lasciati in balia di noi stessi.

Così mi sono chiesta: come mai accade tutto ciò?

Questa è stata la risposta: mi sento  toccata e coinvolta  perché la paura dell’abbandono è una sofferenza che vive dentro di me e in ogni essere vivente, anche se a volte non ne siamo consapevoli, anche se nessuno (a memoria) si è comportato così nei nostri confronti. E’ una paura che ferisce tutto il genere umano e  nasce nel momento in cui veniamo al mondo: nell’attimo in cui la nostra anima si separa dal suo mondo di luce e si incarna in una coscienza di dualità, c’è un’apparente separazione dalla totalità dell’amore, che vive nella virtualità, oltre questa dimensione. Ognuno di noi ne porta il ricordo, nascosto dentro di sé, nella mente: ecco perché l’abbandono suscita tali reazioni e non serve resistergli o reagire con idee, atteggiamenti ed azioni che la vogliono negare o esorcizzare.

Quante volte, mossi da una inconsapevole reazione al timore di non essere considerati – con la paura dell’abbandono nel cuore –  abbiamo agito allo scopo di sentirci più apprezzati nel rapporto di coppia, con la nostra famiglia, con i figli e persino con i semplici conoscenti occasionali? Il senso del possesso e dell’attaccamento sia alle cose materiali che affettive, sono reazioni alla paura di essere lasciati soli, senza l’amore di cui ognuno di noi ha bisogno per vivere.

Ma in ogni situazione vissuta c’è sempre il rovescio della medaglia. E allora proviamo a pensare all’abbandono come a “movimento, crescita, arricchimento”.

La natura, come sempre, viene in aiuto per facilitare la comprensione: quando finisce la stagione della fioritura le foglie si preparano a cadere assumendo i colori vivi della rossa forza vitale e dell’arancio e giallo, la gioia e l’intelligenza iniziando un nuovo ciclo di coscienza. Con i colori la natura si prepara ad assumere una forma diversa, senza perdere la vita. Non c’è morte bensì trasformazione. Possiamo imparare dalla natura e lasciare, quando è il momento giusto per noi, che le “foglie” delle nostre false idee, dei cerchi oramai chiusi che continuiamo con sforzo a tenere aperti, cadano leggere una ad una:  non c’è dolore in questo ma dolcezza e sentimento.

Possiamo immaginare la nostra mente con un grande albero secolare e i nostri pensieri disturbanti come a foglie che si preparano a staccarsi leggere, dall’albero della mente: lo fanno con gratitudine lasciando spazio a una nuova consapevolezza. Questa immagine amorevole, che va al di là dello spazio e del tempo, può essere un valido aiuto per imparare e comprendere che l’abbandono è impossibile: l’albero della mente è tutto ciò che siamo e fluire in lui permettendo alla vita di fare il suo corso significa rendere grazie all’amore e alla felicità.

Questo è uno dei modi per aprirci a una nuova visione: così incontriamo Dio che dimora in ognuno di noi riconciliandoci con Lui e con la parte più profonda di noi stessi e dare così un nuovo significato alla Vita.

Oggi mi accorgo.

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