Nel corso di un’intera vita molti di noi tengono in ostaggio persone e situazioni per paura della perdita, un aspetto che in alcune circostanze potrebbe far nascere considerazioni permeate di sensi di colpa e frustrazione: “Se avessi fatto … Se dicevo questo piuttosto che quello, forse tutto sarebbe andato diversamente … Io lo volevo fare, ma …”.  Scendendo ancor più in profondità verso i condizionamenti, possiamo trovare le motivazioni che usiamo per trattenerci in alcune situazioni a volte molto spiacevoli: paura dell’abbandono, bassa stima di sé, scarsità.

E’ meglio rimpiangere di non aver fatto qualcosa o fare del tuo meglio per realizzare ciò che vogliamo? La risposta a questa domanda non è scontata, soprattutto quando c’è un condizionamento profondo e radicato cresciuto così tanto da coprire ogni altra possibilità. 

Per aprire un varco verso un punto di vista differente, dobbiamo procedere per gradi, sfrondando prima i rami più giovani della pianta delle convinzioni, per arrivare successivamente a quelli più imporanti, i tronchi che sostengono l’intero sistema di pensiero.

Possiamo riflettere sul come viviamo la nostra quoditianità avendo scelto che qualcuno si occupasse della nostra felicità. Respiriamo a pieni polmoni guardando il mondo con gioia e stupore, o il lamento è diventato parte integrante della nostra quotidianità? Siamo felici e appagati o nonostante ci venga dato ogni genere di conforto materiale, avvertiamo dentro di noi un senso di vuoto? Siamo grati o troviamo sempre un modo per denigrare e sminuire chi ci sta intorno?

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Quando cerchiamo la felicità fuori dai confini dell’anima, stiamo impedendo alla felicità stessa di esprimersi, poiché ciò che troveremo là fuori difficilmente potrà far tacere il vuoto che c’è in noi. Avere qualcuno che costantemente viene sollecitato per rendere giustizia alla nostra richiesta di felicità, è la strada più semplice per il senso di colpa. A un qualche livello profondo e non riconosciuto, conosciamo bene le regole del gioco della vita, e sappiamo che nessuno può renderci felici più di quanto siamo in grado di dare a noi stessi la felicità. E’ una questione di scelte e decisioni, l’unica libertà che ci appartiene.  

Puoi iniziare a trattare la paura della perdita e tutte le convinzioni che le girano in tondo come se fossero un sogno che non ti piace e al risveglio, rendendoti conto che è un sogno, fai un sospiro ed esso svanisce. 

Con gli occhi chiusi o aperti, immagina di essere in riva al mare e di scrivere sulla sabbia, proprio vicino a dove si infrange l’onda, la tua emozione. (mi sento abbandonato … perso senza … sola se non ho … incompleta … incapace di … ho paura che …”)

Immagina l’onda che arriva e passa sulla tua scritta, la scalfisce e si ritrae portando con sè parte di essa, per poi riformarsi, tornare verso la scritta e prendersi un altro pezzo fino a quando restano solo i granelli di sabbia mossi dalle onde del mare.

A quel punto prendi carta e penna e scrivi un’azione piccola, semplice da compiere in giornata e che possa nutrire di nuova energia la tua giornata ed eseguila. E poi scrivi un promemoria e appendilo in un posto dove lo puoi vedere spesso. Ogni volta che lo leggi, rifletti sulle parole scritte, ripetile dentro di te, cantale, danzale e dai in modo che diventino il tuo mantra quotidiano, così da ricordarle ogni volta che avrai la tentazione di usare gli altri per essere felice:

“Nessuno può rendermi infelice, a meno che io non gli dia il permesso!”

Accorgiti!

Lucia Merico

(immagine presa da http://lava360.com/50-stunning-examples-of-close-up-face-portraits/2/)

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