ATTENZIONE: PERICOLO!

Accoglienza è quando riceviamo l’altro nello spazio del nostro cuore. Perché il nostro cuore è grande e ricco di Amore Infinito e infinitamente può amare senza prosciugarsi.

Quando accogliamo offriamo all’ospite quanto di meglio abbiamo in casa, perché l’ospite e l’ospitato sono parte di un Uno: per questo un tempo l’ospite veniva considerato sacro. L’essere sacro in noi ci fa aprire le braccia all’essere sacro nel cuore dell’altro, perché ogni ospite ha Dio nel cuore.

Se la capacità di accogliere è chiusa, non serve a nulla mettere a disposizione la nostra casa, le stoviglie, il cibo o i letti. Solo quando il cuore comprende l’accoglienza possiamo ricevere chiunque incontriamo, perché la nostra vera casa, quella nella quale ospitiamo gli altri, la portiamo sempre con noi ovunque andiamo. E, credetemi, non è un aspetto “romantico” o “buonistico” ma una vero e proprio movimento energetico di espansione della coscienza. Quando accogliamo ci rendiamo disponibili a vedere l’altro per ciò che è, senza la falsità dei veli che lo nascondono, e questo ci rende disponibili a vedere noi stessi, a far luce sui nostri limiti e carenze.

Lasciare l’altro fuori dalla nostra vita per qualunque motivo – nessuno escluso- ci preclude la possibilità di risolvere una situazione, mantenendola intatta nel suo legame: e a nessuno piace essere legato. Per cui continueremo a palleggiare il problema dall’altro a noi senza interruzione, aumentandone ogni volta l’intensità. Quello che riteniamo vantaggioso e cioè porre l’attenzione sull’altro, diventa a tutti gli effetti una prigione per noi, per la nostra vita e per la nostra energia.

Proviamo a pensare, per un attimo, a una relazione finita perché uno dei due ha tradito o si è innamorato di un’altra. Trattenere il risentimento concentrando l’attenzione sul fatto che c’è un unico responsabile della situazione – il traditore – e che sia il solo sul quale porre l’attenzione, è un inganno davvero pericoloso, che ci offende nel profondo mostrandoci la nostra incapacità di gestire la vita.

Il ruolo della vittima, anche se molto appetitoso per l’ego, in realtà è una gabbia dalle sbarre molto resistenti. Ed è anche uno dei modi per ricevere attenzione, condannare l’altro e liberarci di un peso che non riuscivamo a toglierci di dosso. Detto così può sembrare persino crudele, è vero. Ma nella realtà dei fatti, ciascuno usa ciò che conosce per sistemare la propria vita e pochi di noi ricevono sin dall’inizio le istruzioni di come si conduce il gioco.

Accogliere, in queste circostanze, richiede un lavoro di comprensione delle dinamiche che parte dall’unico e solo principio su cui si basa l’esistenza: l’assunzione di responsabilità.  Ciascuno di noi desidera essere accolto dall’Amore in ogni sua forma. Fatto è che a volte capita proprio l’esatto contrario, di essere rifiutati.  Da quel momento il nostro cuore conosce la piaga del rifiuto, ciò che temiamo e che si nasconde nella nostra anima fin dalla notte dei tempi.

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Il timore di non essere accolti riapre il dolore del rifiuto, e nel rifiuto ci sentiamo soli, privi d’amore, l’unica risorsa vitale. In quel caso alcuni di noi si allontanano mentre altri ricercano spasmodicamente “qualcosa o qualcuno” senza mai trovare davvero nulla che li possa soddisfare. La vera e l’unica soluzione se si vuole davvero risolvere la questione è  l’accogliere proprio quel momento di dolore. In quegli attimi l’Amore diventa tutto ciò che abbiamo a disposizione per rinnovare la nostra energia. Avvicinarci a Lui, accoglierLo e affidandoGli la nostra sofferenza avrà l’effetto di un balsamo che ci trasporterà oltre la paura, oltre la ribellione o il rifiuto che temiamo, oltre la solitudine, in un oceano dorato di accoglienza.

Oggi voglio condividere con voi la sintesi della lezione trentadue di Un Corso in Miracoli, ricordandovi di leggerla ogni volta che avete la tentazione di “gettare la colpa” su gli altri.

Comincia con questa affermazione: “Io non sono la vittima del mondo che vedo” e prosegue:  “Come posso essere la vittima di un mondo che, se lo scelgo, può essere completamente disfatto? Le mie catene si sono sciolte. Posso lasciarle cadere semplicemente desiderando di farlo. La porta della prigione è aperta. Posso lasciarla, semplicemente uscendone. Nulla mi trattiene in questo mondo. Soltanto il mio desiderio di starci mi tiene prigioniero. Voglio abbandonare i miei folli desideri e camminare finalmente nella luce del sole.”

Oggi portala con te. Accorgiti.

LUMINOSO PRESENTE

Ci sono venti impetuosi da affrontare e montagne alte da scalare.  E poi il freddo dell’incomprensione e il caldo torrido della rabbia.

E’ tortuosa, a volte, la strada per tornare verso casa. Ma in quel viaggio che sembra non finire mai, c’è un’oasi di quiete dove rigenerarti, nutrire la tua anima per poi ricominciare. Tutto questo per un unico scopo: conoscere te stessa!

Ne vale la pena, te lo posso garantire. Perché quando camminare in direzione della tua anima diventa un’abitudine, il passato è un amico prezioso.

E tu, ferma nel tuo luminoso presente, puoi accoglierlo, dargli nuovo lustro per un futuro che sa di libertà.

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LA VERA RIVOLUZIONE FEMMINILE E’ LA CONOSCENZA

Un articolo che nasce dall’ennesimo racconto di un gesto violento consumato tra le mura domestiche. Inizia con la splendida visione di Michela Murgia, autrice del libro Ave Mary, e termina con la mia visione personale.

“Nel 2007  è stato pubblicato il primo studio italiano sulla violenza alle donne. Lo ha realizzato l’Istat su un campione di venticinquemila donne tra i sedici e i settant’anni in tutto il territorio, e i risultati impressionano anche i più ottimisti. In Italia sono 6,7 milioni le donne che subiscono ogni anno violenza fisica o sessuale (quasi quattro donne su dieci nel campione considerato), nel 69,7 per cento dei casi commessa dal partner, attuale o ex. Ma il dato più significativo è che solo il 18 per cento delle vittime ritiene che le violenze tra le mura domestiche siano reato: infatti il 93 per cento delle volte non le denuncia alle autorità. Quarantacinque donne su cento non ne parlano neanche con le amiche o con altri familiari, come se in fondo considerassero quelle violenze il rischio implicito e calcolato della vita con un uomo. Sono dati che turbano, ma non sorprendono. Personalmente posso dire che si avvicinano per difetto a quella che è la statistica delle condizioni di convivenza – matrimoniale o no – tra le donne che conosco.

A lungo mi sono chiesta come fosse possibile che persone intelligenti, il più delle volte colte, spesso autonome economicamente, accettassero di essere oggetto di violenza all’interno della propria relazione. Adesso so che contano l’educazione femminile, frutto di secoli di addestramento alla subordinazione, e anche la parallela formazione maschile, imbevuta di proiezioni dominanti e possessive. Contano i modelli sociali patriarcali, e conta moltissimo la sensibilità popolare educata all’idea che uno schiaffo sia solo una carezza veloce, nella convinzione diffusa che l’amore sia tale anche quando procura occhi pesti, zigomi lividi e sospette cadute dalle scale. Conta persino che ogni titolo di quotidiano insista nel definire “delitto passionale” l’omicidio di una donna per mano del suo uomo, come se la morte fosse amore portato alle sue estreme conseguenze. Conta che il diritto italiano abbia considerato la violenza sessuale come reato contro la morale (e non contro la persona) fino al 1996, data fino a cui non era affatto scontato che potesse trattarsi di reato se la vittima di un pestaggio era la moglie dell’aggressore. Dentro queste dinamiche, però, è impossibile che non abbia avuto alcun peso l’idea di copia trasmessa dall’insegnamento religioso tradizionale.

La domanda doverosa e la risposta è di grandissima importanza per la condizione delle donne, di tutte le donne, non solo di quelle credenti e sposate: è ipotizzabile che esista un legame concreto tra il quadro desolante della prassi violenta nelle famiglie e il modello relazionale al quale secondo la Chiesa cattolica deve conformarsi la coppia per potersi definire cristiana?

La teologa Virginia Ramey Mollenkott, nel suo saggio del 1991 Dio femminile, in riferimento alla raffigurazione di Dio come essere maschile, notava che “il tipo di relazione che viene suggerita quando solo un partner è come Dio è una relazione di dominio/sottomissione. Il tipo di relazione dove entrambi i partner sono come Dio è la reciprocità”.  E’ fuori dubbio che la relazione su cui si fonda il matrimonio cattolico appartenga al primo tipo, ed è quindi tutt’altro che illogico supporre che le sue conseguenze siano quelle che deriverebbero da qualunque rapporto impostato su dominio e sottomissione.  La narrazione univoca della donna funzionale – sposa e madre – impone alle donne di muoversi entro ruoli rigidi e le condanna a essere considerate sovversive e marginali ogni qualvolta provino a immaginarsi in modo alternativo. Per contro, la medesima narrazione impone ai mariti il ruolo dominante e le frustrazioni che ne derivano qualora si tenti una relazione più equa. Se è vero che le parole generano realtà – e quelle liturgiche sono per antonomasia le più potenti – deve esserci un collegamento tra la narrazione suggerita all’uomo e alla donna come marito e moglie e i modi in cui quella narrazione viene tradotta.

Non è stato il cattolicesimo a inventare la prassi della subalternità della donna nel matrimonio, né la concezione di inferiorità che la fonda; è anzi evidente che quell’idea esisteva da secoli. Tuttavia i padri della Chiesa potevano scegliere di utilizzare il potenziale destabilizzante e innovativo dell’annuncio cristiano della figura di Maria per modificare alla radice le situazioni di ingiustizia e svalutazione della persona che quel sistema imponeva e continua a imporre. In forza del sacrificio di Cristo – e San Paolo l’aveva capito tanto bene da metterlo per iscritto nella lettera ai Galati – non esisteva più la gerarchia morale tra giudeo e greco, tra schiavo e padrone e tra uomo e donna; il cristianesimo rifondava l’ordine stesso del cosmo. Se la Chiesa non si è inventata la subordinazione tra i sessi, ha scelto di legittimarla spiritualmente. Attraverso la proposta dell’archetipo Cristo/Chiesa ha reso liturgia e dottrina le struttura patriarcale della famiglia, rallentandone di fatto anche l’evoluzione culturale. Poi la riflessione femminista e il progresso dei diritti civili hanno costretto lo Stato italiano a riformare il diritto di famiglia e i confini del matrimonio per adattarsi alle nuove sensibilità sociali, la Chiesa ha invece continuato a celebrare il modello nuziale che sancisce di fatto un rapporto disparita rio, dentro al quale uno dei due coniugi è autorizzato a considerare l’altro al suo servizio.

Le ragioni dell’iniziale scelta maschilista e patriarcale, benché del tutto storicizzabili, sono nel frattempo diventate dottrina, rendendo difficoltosa la loro modifica nel magistero successivo. Che questa lettura possa venire abrogata è auspicabile, ma altamente improbabile. E’ purtroppo vero quello che scrive Gustavo Sagrebelsky in Scambiarsi la veste, il suo saggio sul rapporto tra Stato e Chiesa: “Nulla è mai stato abrogato dalla dottrina della Chiesa; sul piano dottrinale infatti il concetto stesso di abrogazione è un non senso, poiché ogni nuova affermazione è concepita come uno sviluppo che contiene tutto ciò che precede senza contraddirlo”.

Da cristiana non abbandono la speranza che la teologia faccia i conti con le conseguenze dell’attuale dottrina matrimoniale: lo deve alla fedeltà della Parola di Dio, ma soprattutto lo deve alle donne e alla sofferenza che questa lettura ha imposto con la minaccia dell’esclusione dal piano della salvezza e con legittimazione culturale di un sistema violento. Gli abusi e la sopraffazione che le donne hanno subito nei secoli in nome del vincolo sacramentale del matrimonio non sono stati ancora compresi né valutati per intero. Il passo non potrà mai essere compiuto se la riflessione sul matrimonio come sacramento resterà affidata a uomini celibi, sacerdoti e vescovi che del matrimonio conoscono solo gli aspetti deformi che arrivano loro in eco dal confessionale, un luogo dove alle donne si chiede da secoli di rassegnazione e sottomissione in nome di Dio. (Finché morte non vi separi – dal libro di Michela Murgia Ave Mary E la Chiesa inventò la donna Ed. Einaudi)”

E aggiungo il mio pensiero veloce.

Non vanno sottolineate e condannate unicamente le “botte” fisiche. Ci sono violenze più sottili fatte con le parole. “Quando lui parla mi uccide – Le sue parole mi bloccano – A parole ammazza una persona …” Sembrano essere solo modi di dire, ma non lo sono.

Le parole diventano coltelli invisibili capaci di tagliare silenziosamente l’anima di una persona. E in tutto questo dire e scrivere, c’è un aspetto fondamentale che voglio mettere in evidenza, ed è la nostra responsabilità come Donne di aver accettato che tutto questo potesse accadere.

La ribellione femminista che urlava  “l’utero è mio e me lo gestisco io” ha grattato solo la superficie della corazza patriarcale che abbiamo accettato di indossare. La vera rivoluzione della Donna sta nella conoscenza di sé stessa, della sua storia antica e del suo potere personale come diritto di nascita. Siamo stati fatti a immagine e somiglianza di Dio, e Lui non si è scordato di aver esteso tutte le Sue caratteristiche luminose e pacifiche ai Suoi Figli.  Noi lo abbiamo fatto, come Donne, accettando la storia che ci è stata raccontata e che ci vede nel mondo grazie alla costola di Adamo. Subordinate a un uomo –e a nessuno piace esserlo – ci siamo vendicate facendogli mangiare la mela proibita. Irriverenti, vendicatrici e peccatori entrambi siamo stati cacciati dal Paradiso Terrestre e costretti in un modo di torture. Puoi addolcire la storia a piacimento, ma questo è ciò che crediamo sia accaduto. E anche se pensi “ma dai, io non credo a tutto questo” mille altre informazioni si sono accavallate. E la maniera migliore per rendere solida una verità è di renderla leggenda o favola, affinché tutti la possano raccontare.

Con tutte le carte della conoscenza consapevole in regola, ogni Donna e ogni Uomo potrà scegliere se restare nel cunicolo dove entrambi si sono rifugiati secoli fa, o uscire  allo scoperto e mediare la pace scrivendo una storia diversa da ogni storia conosciuta, dove etichette come Patriarcato e Matriarcato ingialliscono, permettendo alla Luce che entrambi incarnano di risplendere, per sé stessi e per tutte le Donne e gli Uomini che sceglieranno di comprendere.  Accorgiti!

MASCHERA

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Molti di noi cercano di nascondere la propria parte vulnerabile dietro una maschera di forza e indipendenza. Come si arriva a tutto ciò? Quale potrebbe essere il punto di partenza? Conoscendo nel dettaglio l’argomento per averne fatta esperienza sin da piccola, ricordo che la parola magica di fronte a un problema era “arrangiati”. Così ho imparato ad apparire perfettamente capace in ogni situazione, soprattutto quando dovevo prendermi cura di me stessa. Ora, farcela da sola è gratificante in alcune situazioni, mentre in altre sarebbe bello poter essere in grado di chiedere aiuto e sostegno.

L’adulto molto forte  e indipendente spesso ha dentro di sé una parte nascosta che necessita di considerazioni e cure. Oggi voglio offrire un punto di vista nuovo per alcuni di voi mentre per altri è solo un rinforzo per ricordare. Spesso attribuiamo la colpa ai genitori per non aver riconosciuto il nostro valore, dimenticando che ognuno di noi è un magnete che attrae esattamente ciò di cui è convinto. Quello che intendo sottolineare è che se un individuo arriva in questa vita con la convinzione profonda di non avere alcun valore, non solo i genitori  e gli adulti intorno a lui o lei rifletteranno questa convinzione ma, anche quando ci sarà apprezzamento da parte loro, non verrà riconosciuta. La maggior parte di noi ha questa convinzione in una qualche misura, per questo abbiamo il compito di riconoscere chi siamo. Il filo rosso che accomuna ogni essere umano è quello di trovare il Divino che risplende in noi.

Non solo siamo degni di amore e attenzione, ma possiamo averne a dismisura riconoscendo che le nostre debolezze sono i punti di forza più importanti ai quali dare attenzione. Se ti va, fai un elenco delle paure che hai nel farti aiutare, includendo anche orgoglio e vergogna.  Individua una persona che possa sostenerti in questa trasformazione mostrandoti come e cosa fare. E, soprattutto, accorgiti quando stai sminuendo gli altri poiché in questo modo, stai sminuendo solo te stesso. Riconoscere e rispettare le qualità e i doni di un’altra persona, invece, aumenta il tuo valore e il potere personale.

VIAGGIARE PER SCOPRIRE

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Sin da piccola ho sempre considerato il viaggio come una ricchezza. Ho avuto modo di confrontarmi con culture diverse, religioni  e  conoscere luoghi e persone che i ventenni degli anni 80 avevano difficoltà a immaginare.  Ad ogni partenza l’emozione era alle stelle e ad ogni ritorno il bagaglio mentale era pieno di avventure da raccontare.  Ho sempre mantenuto questo stato d’animo e solo in età più adulta ho potuto comprendere ed apprezzare pienamente come il viaggio possa essere un elemento importante per acquisire maggior consapevolezza del tutto.

Non hai bisogno della carta di credito per muoverti, guardarti intorno, parlare con le persone e ascoltare cosa possono raccontare poiché ogni incontro è sacro e porta sempre valore alla tua vita. In questo fine settimana scegli di uscire alla scoperta delle bellezze che circondano il luogo dove abiti: puoi fare una passeggiata in montagna, in riva al mare, nelle campagne in bicicletta. In qualsiasi modo sceglierai di viaggiare ricorda sempre di portare con te il buonumore, la disponibilità e l’apertura mentale per accorgerti che la vita è molto più ricca di quanto tu possa immaginare.

Felice sabato del villaggio a tutti.

VEDO E PREVEDO SEMPRE E SOLO IL MEGLIO

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Proprio ieri, parlando con una persona, mi confessa che si sentirebbe più tranquilla mettendo da parte del denaro per i “momenti di imprevisto” perché non si sa mai cosa ti riserva la vita nel futuro. E’ una condizione a cui molti di noi fanno riferimento e, personalmente, sono cresciuta con una madre che faceva scorta di ogni cosa commestibile e che potesse durare nel tempo.  Questa mattina ho pensato alla persona che avevo incontrato, alla sua affermazione e mi son detta: “Come sarebbe mettere da parte per i momenti previsti?”  e cioè tutti quei momenti meravigliosi che vogliamo che accadano da tempo e ancora non si sono manifestati? Aspettarci le cose belle e prepararci per riceverle potrebbe essere molto meglio di attendere che qualcosa di brutto possa accadere.

Immagina di mettere da parte del denaro per un viaggio che vuoi fare da tempo  o avere in cantina un bottiglia di bollicine da aprire quando avrai raggiunto ciò che ti sei prefissato.  E’ positivo aspettarsi sempre il meglio e lo rinforza ancor di più prepararci a riceverlo.

A modo suo, la vita si plasma secondo le nostre aspettative, buone o cattive che siano. Per questo è bene prepararci a ricevere il meglio. In questo modo, quando gli imprevisti arrivano, avremo più energia positiva da far circolare per poterli risolvere. Accorgiamoci.

AL PASSO COI TEMPI

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La donna moderna è un turbinio di attività, sotto mille pressioni per essere ovunque ed ogni persona al passo coi tempi. Questo è ciò che viene chiamata “emancipazione femminile“. A parer mio si sta allontanando sempre più dal suo lato profondo mettendolo da parte, smettendo di ascoltare il suo sentire sottile. Ha spento la luce che illuminava i suoi misteri e non si concede il tempo per ritrovarla. Segue una linea interiore maschile che l’aiuta ad emergere e allo stesso tempo a nascondere la sua reale natura femminile. Le hanno fatto credere, e lei lo ha accettato, di essere a un qualche livello sbagliata, inadatta, con un’energia così fragile da non riuscire ad essere una donna di successo.
Fortunatamente abbiamo molti esempi contemporanei e passati dove le donne, ritrovando la loro reale natura, si sono rivelate al mondo occupando posizioni di rilievo nella società, senza dover snaturare la loro eredità femminile.
Come una luna che cresce e decresce, il femminile si esprime nella modernità dei nostri giorni, a modo suo, a volte soffocato creando una separazione che la rende scarna, spettrale. Se fosse libera di essere ciò che è stata chiamata a fare in questo mondo, sarebbe come un lupo: vigorosa, traboccante di vitalità, capace di rinvigorire, territoriale e consapevole, inventiva, leale, nomade.
Quando l’esistenza delle donne è in stallo o in piena noia, emerge la Donna Selvaggia dall’energia prorompente, capace di nutrire e rendere fertile una conversazione e di abbracciare e portare pace nell’animo di ogni uomo e di ogni donna che incontra.
Come gli animali selvatici, la Donna Selvatica è una specie in pericolo. Forse abbiamo bisogno di estinguere quella parte di noi che ha creduto di essere arrivata sul pianeta sbagliato e far emergere una nuova luna. In questo modo è garantita la felicità? Lo scopriremo solo vivendo una nuova vita. A vantaggio delle Donne e degli Uomini intorno a noi. Accorgiamoci!