SEDIAMOCI INSIEME

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Siediti accanto a me e smettiamo di discutere. Facciamo invece quello che avremmo dovuto fare sin dall’inizio: diamoci il tempo di conoscerci. Non voglio presentarmi col mio nome, quello già lo sai. Ciò che non sai è cosa mi piace davvero, quali sono le mie paure, i miei valori più grandi, l’ammuffito sogno nel cassetto e quella vergogna che mi porto dentro e che pesa, tanto, da troppo tempo. Non so perché ho aspettato di arrivare lunga nei modi e nei tempi, fino sbattere contro il muro delle illusioni, delle aspettative prima di poterti dire: «Sediamoci insieme» e presentarmi nuovamente a te.

Le amiche sono pessimiste. «Lascialo perdere. È uno stronzo come tutti gli uomini» e per un po’ ho creduto fosse vero. Ti ho accusato perché – porca miseria – tutto era contro di te. Mi hai delusa, sfruttata, mi hai mentito. Poteva essere diverso il mio pensiero? Eppure un giorno qualcuno mi ha detto che ci poteva essere un altro modo, e mi sono ricordata di quella voce che ogni tanto sussurrava. Aveva il timbro che usava mia madre, un misto di dolcezza e forza: «Siamo noi donne a sistemare le cose» Non le ho mai chiesto cosa intendesse davvero e ho creduto fosse lavorare, stirare le camicie, preparare il pranzo, curare i bambini, ma ora capisco che ero limitata e chiusa nei sensi, in ogni senso.

Sediamoci insieme e parliamo di chi siamo, non l’abbiamo mai fatto: facciamolo adesso. Io ti racconto chi sono e tu mi racconti chi sei. Lo farò prendendoti le mani e guardandoti negli occhi. Non voglio avere più segreti … forse qualcuno per le mie amiche … forse.

Non so davvero da dove partire, ma quello che so è che l’idea di potermi raccontare a te adesso mi rende più forte, mi fa respirare. Sai, prima avevo paura di mostrarmi, con tutta la fatica che avevo fatto per sembrare più forte: ero terrorizzata dalle mie fragilità. Attaccarti, sminuirti, ironizzare sui tuoi comportamenti, manipolarti col mio vittimismo era il mio modo per non perdere quell’esile potere che credevo di possedere, e per un po’ ha funzionato.

E poi un giorno mi sono guardata le mani, chiuse a pungo per trattenere, e le ho aperte. Che dolore lasciar andare! Ma una volta aperte non si sono più richiuse: ho provato a farlo più e più volte, senza risultato. Le mie nuove amiche dicono «Meno male! Stai cominciando a volerti bene. Conosci te stessa e vedrai che meraviglia!» Non so cosa accadrà. Sono curiosa e impaurita di scoprirlo.

Sediamoci insieme, vicini. Ti terrò le mani tra le mie mentre ti parlerò di me. Comincio io, sono in buona compagnia, ho la voce di mia madre che sussurra: «Siamo noi donne a sistemare le cose»

Lucia

 

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VIAGGIARE LEGGERE

A volte siamo così cariche di pensieri e indaffarate nelle attività che le giornate sembrano senza fine e inconcludenti. Avere troppe idee in testa ammazza la concentrazione e il rischio è di vorticare come trottole impazzite.

Fermiamoci: è importante!

Valutiamo cosa è davvero indispensabile in quel momento e impariamo a viaggiare leggere, senza la pesantezza di pensieri, storie passate, fatiche vecchie o appena nate.

Per viaggiare leggere dobbiamo potare qualche ramo secco e saperlo fare ci permetterà di crescere più forti e capaci di ascoltare quel ciclo naturale e antico che ci permette di avvicinarci al mondo profondo delle idee e a manifestarle. Abbiamo bisogno di togliere, non di aggiungere, perché aggiungere non ha sortito risultati vantaggiosi per noi, ha solamente aggravato una situazione che era già pesante, sin dall’inizio.

Andare dritte al punto, senza troppi giri di parole e pensieri aiuta la focalizzazione, aguzza l’istinto e potenzia la creatività. Se in una situazione complicata ci lasciamo sopraffare dalla paura, tutto il nostro essere ne verrà permeato, fino a chiudersi in una stretta guaina di protezione. Stringere o slacciare è una nostra scelta. Possiamo comprendere con facilità che non è semplice allentare la presa della paura, e chissà quante volte lo abbiamo sperimentato, pregne come siamo di convinzioni che arrivano da chissà dove, ma che abbiamo imparato ad accettare come nostra volontà. Va fatto a poco a poco permettendo alle ferite lasciate dai lacci troppo stretti di cicatrizzarsi.

Il sacrificio, mettersi in coda alle situazioni, accettare condizioni e compromessi pur di ottenere qualche vantaggio non sono lontane nel tempo, ma vicinissime nella quotidianità di molte donne.

Dobbiamo togliere: ad appesantire siamo già capaci! Come animali selvaggi tenuti in gabbia per troppo tempo, abbiamo bisogno di recuperare la vista e liberare lo sguardo, poi affinare il sentire usando le orecchie, il naso per odorare e la bocca per allargarsi in un profondo respiro, il primo respiro in libertà, quello che permette alle spalle di aprirsi e alle braccia di allargarsi per liberare il cuore e sentirlo battere, forse per la prima volta. È una descrizione virtuale, ma già possiamo vedere, sentire o percepire qualcosa di nuovo che si muove e si allenta in un piccolo spazio dentro di noi.

Ci vuole coraggio per potare i rami secchi e abbiamo tutto l’occorrente per farlo. Non più dire, ma passare all’azione, con amore e gentilezza, rendendo grazia a quella parte di noi che per troppo tempo si è impegnata nel “non” sentire, mettendosi in coda alla fila delle priorità. E ogni volta che avremo la tentazione di tornare in coda, ricordiamoci di domandarci: «Per quale motivo lo sto facendo?» senza avere il timore di rispondere.

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Se ti va di unirti a noi per Le Relazioni – Come nasce un Amore il ➥7 Ottobre 2018, sei la benvenuta.

➥Posto riservato solo a 10 persone

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INDIPENDENZA

Qual è il primo momento in cui mettiamo in atto l’indipendenza? Per necessità al momento della nascita, quando il cordone ombelicale viene tagliato (a volte brutalmente) e iniziamo a respirare in autonomia. Un altro momento importante è quando impariamo a camminare: scopriamo che possiamo spostarci per raggiungere ciò che desideriamo.

Questo primo passo è così importante – più di quanto possiamo immaginare – così come lo è il modo con cui lo facciamo: rimarrà la nostra modalità che useremo per camminare nella vita.

Alcuni di noi si sono buttati a capofitto, altri hanno fatto piccoli passi incerti, altri ancora si sono serviti dei supporti che avevano a portata di mano.

C’è chi si dispera e si blocca quando cade, chi si rialza e procede come se nulla fosse accaduto, chi è stimolato e incoraggiato e chi invece è deriso o compatito. Ma tutti, senza distinzioni, continuiamo a proseguire desiderosi di andare verso il nostro obiettivo: imparare a camminare.

C’è una spinta dentro ciascun* di noi che ci invita all’indipendenza, accompagnandoci verso la presa di coscienza di noi stess* come individui e verso quel senso di libertà che tutti quanti ricerchiamo e che siamo venuti ad affermare in questo mondo.

Ma ben presto a molti di noi accade che le circostanze incontrate, per infinite sfumature e motivi personali, ci rendono incert*, dubbios* e ci ritroviamo inconsapevolmente ad essere dipendenti da situazioni e cose. Con il lavoro cerchiamo un’indipendenza economica senza accorgerci che spesso dipendiamo proprio da esso. Diventiamo dipendenti da idee e condizionamenti, dalle regole imposte da qualcuno esterno a noi che – anche se non piacciono – continuiamo a seguire. Dipendiamo da una relazione per paura di restare soli. Non osiamo prenderci la responsabilità di noi stess*, informandoci e ascoltando campane che suonano una diversa musica.

Indipendenza è libertà di osare, slegarci dall’approvazione degli altri per sentirci bene e amati, divenire padroni delle nostre emozioni camminando spavaldi lontano da tutto ciò che ci tiene bloccati a una falsa idea di noi stessi e del mondo

È fare un passo verso noi stessi, all’interno di quell’animo infinito e luminoso da cui ci siamo allontanati e che attende paziente di incontrarci, rinnovat*.

Oggi prenditi un momento per prendere coscienza e scrivere le situazioni che ti rendono dipendente domandandoti: «È davvero necessario per me ora?» Fai mentalmente un elenco di tutti gli oggetti che possiedi e che sono importanti per te: cosa accadrebbe se non li possedessi più? Non è sempre indispensabile fare piazza pulita per sentirsi liberi poiché molto spesso si rischia di gettare ogni cosa per poi pentirsi di averlo fatto. Nella calma, invece, possiamo scegliere cosa tenere e cosa lasciar andare, premesso che quest’ultima parte è un passaggio che va compiuto con pazienza e consapevolezza.

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OGNI COSA COMINCIA DA ME

Se due persone scelgono di condividere la loro vita è per uno scopo ben preciso.

La difficoltà delle relazioni è quella di non prendersi il tempo necessario per conoscere l’altro. Siamo mossi da esigenze interiori personali come la voglia di non essere più sole, un figlio, il desiderio di una famiglia che rientri nei canoni prestabiliti dal contesto in cui viviamo. E così ci adattiamo, ci consoliamo entrando nella relazione con gli occhi bendati, senza troppe domande perché il solo desiderio che abbiamo è non sentire più il nostro bisogno.

Siamo sorpresi quando la vita ci offre ciò che abbiamo chiesto su un piatto dorato. Crediamo sia una benedizione, un’opportunità unica, ed è come arrivare affamati a un banchetto di nozze: cominciamo a mangiare, ingorde e vogliose unicamente di zittire il senso di fame, e poi con la pancia piena, troppo piena, cominciamo a pensare che forse avremmo potuto evitare qualche pietanza.

Insidiosi bisogni che ci fanno muovere con i sensi quasi completamente offuscati! Sì, “quasi”, perché c’è sempre la vocina dentro di noi che ci sussurra: «Sei proprio sicura?» e non per pessimismo ma per indurci a rivedere il programma e a stabilirne uno diverso da quello che abbiamo appena finito di vedere.

Relazione dopo relazione dovremmo aver imparato qualcosa: e invece no! Come se non fosse successo nulla, ci infiliamo nella nuova storia con il solito schema, quello che già conosciamo. «Oh, benedetta figlia! Non hai imparato nulla?» sussurra la voce, e continua: «Evidentemente c’è ancora qualcosa che ti sfugge. Fai così questa volta: prenditi il tempo di sistemare le cose senza scappare, senza sostituire. Quale bisogno deve appagare questa nuova relazione?» Possiamo riorganizzare la nostra memoria e guardare le vicende di ieri alla luce di un differente punto di vista.

Sì, lo possiamo fare e ci dev’essere la volontà, che significa concentrarsi su di noi e non più sull’altro. L’asse di attenzione va spostato: è questa la vera sfida. Perché sappiamo bene che è molto meglio guardare il tronco nell’occhio dell’altro anziché togliere il piccolo granello di polvere nel nostro.

Invertire la marca, spostare l’attenzione, sbilanciarsi col rischio di cadere, cambiare il punto di vista … Insomma, chiamiamola come ci pare, ma c’è necessità di trovare un altro modo.

Scritto al femminile sempre declinabile al maschile.

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NON VIVO SENZA TE

Quanti cambiamenti subisce una relazione nel corso della vita? È un continuo cambiare, mutare di livello, rivedere e scegliere nuovamente. Ogni giorno lo scopro personalmente nel confronto con altre donne, ritrovandomi nelle loro storie piene di troppo amore verso gli altri e così poco per sé stesse. O di relazioni dove alla base c’è un esasperato desiderio o bisogno di “qualcosa o qualcuno”, un compromesso il cui peso pende solo da una parte, e non certo la loro. O dipendenze così esasperate da credere di non poter respirare in autonomia.

Si sono dedicate troppo ai bisogni dell’altro: e i loro dove li hanno messi? Stentano a cambiare le abitudini anche se i figli sono grandi e la relazione dura da tempo. Un gradino in salita verso una nuova visione sembra una montagna da scalare e molte preferiscono restare dove sono. Il tempo svanisce dal loro controllo, assorbite dai mille impegni quotidiani e si sentono sole in mezzo al caos.

Ma un giorno arriva la passione, quella che fa battere il cuore

No, non sto parlando di un altro uomo: quella è la direzione più semplice da scegliere. Intendo che scoprono la loro “missione di vita”. Scoprono che possono essere felici partendo da sé stesse, dalla loro profondità, e non è più necessario attendere qualcosa o qualcuno.

Eccole di fronte a un bivio da affrontare e alla domanda per eccellenza: «Se prendo questa strada, cosa perdo?» Difficile che qualcuna di loro pensi a cosa invece potrà guadagnare, all’impennata del valore che deriva da una felicità profonda e personale da poter estendere. Diventano giocoliere che si destreggiano in equilibrio tra gli impegni quotidiani e tutte le cose che si sono abituate a fare e con le quali hanno costruito la loro piccola fortezza felice, e la passione che si fa spazio pian piano dentro di loro. Per un po’ funziona. Ma ben presto una strada dev’essere abbandonata, altrimenti il rischio è di essere sopraffatte.

Devono scegliere se tagliare l’elastico per fare un balzo in avanti o mettere da parte ogni possibilità e restare dove sono.

Molte restano. Trovano scuse davvero interessanti, concrete e inespugnabili, e da quel momento vivono la loro vita nel dubbio o nel rimpianto. Altre tagliano l’elastico e scoprono che la vita dall’altra parte è meravigliosa! Due direzioni totalmente differenti, che richiedono entrambe molto coraggio poiché una accenderà la loro vita e l’altra la spegnerà.

Troppa intensità e dedizione verso l’altro, troppa concessione di sé stesse nelle varie situazioni, troppa dipendenza da cose e persone avvelenano la creatività. Spesso il solo antidoto rimane la libertà della fuga per ricercare un piccolo riparo dove trovare un modo di bastare a sé stesse: per tornare a desiderare.

E in quel piccolo spazio di mondo imparano ad amare i giorni per il loro accadere, senza ricercare per forza una compagnia, scoprendo di poter attingere alla propria fonte interiore. Riscoprono le amicizie che le appartengono, i film che desiderano vedere, gli abiti che vogliono indossare e nuove esperienze da assaporare.

In un suo libro Susanna Tamaro scrive che lungo i bivi della nostra strada incontriamo altre vite. Conoscerle o non conoscerle, viverle a fondo o lasciarle perdere dipende soltanto dalla scelta che compiamo in un attimo. E in quel momento mettiamo in gioco la nostra esistenza e quella di chi ci sta accanto.

C’è una riflessione che puoi fare in quel preciso istante, quando sei sola, di fronte al bivio: la tua felicità o infelicità sarà contagiosa per le persone accanto a te.

Inevitabilmente!

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CHE CONFUSIONE

Ogni cosa che appare nella nostra realtà è un contributo alla consapevolezza. La confusione, per esempio, crea destabilizzazione, divide in due la vita creando una certa dose di preoccupazione, ma è davvero la manna dal Cielo se la sappiamo utilizzare a nostro vantaggio.

Partiamo da questo: se non ci lasciamo prendere la mano, possiamo considerare che la confusione precede sempre la chiarezza.

Quando siamo confusi, la condizione migliore è quella di fermarsi per fare il punto della situazione, prendere carta, penna e mettere le preoccupazioni nero su bianco.

➥Possiamo scrivere tutto ciò che disturba in quel momento e che continua a vorticare nella testa, senza giudizio né condanna: semplicemente scriverlo come fosse la lista della spesa.
➥Quando abbiamo terminato scegliamo una voce della lista, che potrebbe essere per esempio quella che ci preoccupa di più
➥Rileggiamola rimanendo qualche istante con la sensazione che emerge
➥A quel punto possiamo compiere il nostro atto di consapevolezza immaginando la nostra preoccupazione come fosse un palloncino pronto a volare. Pronunciamo queste semplici parole: «Ti riconosco come una mia creazione, ti accolgo come una mia creazione e ti permetto di cessare di esistere» e immaginiamo il nostro palloncino volare alto nel cielo, fino a scomparire
➥Spuntiamola dalla lista e passiamo alla successiva.

C’è sempre un modo diverso e originale che possiamo trovare per trasformare la vita portando le situazioni a nostro vantaggio se lo vogliamo, e questo è uno dei tanti modi per farlo

Se deciderai di utilizzare questo modo, sii vigile nei giorni successivi all’uso della tecnica, annotando come cambia la tua vita, come si evolve e se ti va, scrivimi i tuoi risultati.

Buona esperienza!

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UN VESTITO TROPPO STRETTO

A nessuno piace soffrire o essere infelice: e questo è un fatto! C’è poi chi trae dalla sofferenza un piacere, ma è certamente un modo stravolto per provare piacere.

Eppure se ci pensiamo bene, non è forse una sorta di piacere “stravolto” continuare a perseverare in una situazione che ci fa soffrire? Ci sono persone che per decine di anni si alzano di cattivo umore la mattina e raggiungono il posto di lavoro, altre restano accanto a un partner tollerandolo appena o addirittura accettando soprusi di ogni genere e poi c’è chi accetta amicizie per convenienza.

Ci dev’essere qualcosa di “attraente” e vantaggioso nella sofferenza se di fronte a malesseri di ogni genere ci fa restare anziché chiudere la porta e ricominciare. E l’aspetto più invisibile è che ogni sofferenza personale si propaga intorno a noi, contaminando le persone con le quali entriamo in contatto.

Il “piacere” di cui parlo è un vantaggio che abbiamo individuato e che ci permette di ottenere ciò che desideriamo.

Se una persona vuole essere amata e accudita e ammalarsi le ha dato ciò che stava cercando, sceglierà la malattia tutte le volte che l’intensità dell’amore e delle attenzioni cala. Se questa persona vorrà davvero ricevere amore, dovrà trovare un altro modo per essere amata e quindi abbandonare la malattia, il suo modo malato di chiedere amore.

L’inversione, il passaggio da una condizione conosciuta a un’altra totalmente nuova non viene quasi mai compiuto a mani basse. C’è resistenza, paura e un addestramento alla sofferenza che forse dura da molti anni. È come indossare un vestito stretto e logoro, ma senza quel vestito siamo nude di fronte al mondo: meglio tenerselo stretto.

Eppure nel momento in cui iniziamo a scucire il vestito ci accorgiamo di cominciare a respirare, e se abbiamo il coraggio di continuare a respirare permettendo alle cuciture di saltare, una dopo l’altra, senza strappi violenti, ecco che trovarci senza nulla addosso sarà una liberazione.

➥Il primo passo è accorgerci di indossare un vestito scelto da noi e che è sempre stato stretto, ma all’inizio andava bene così.
➥Il secondo passo è considerare che possiamo scegliere la stoffa, cucire e indossare tutti i vestiti che vogliamo, adatti a qualunque situazione.
➥Il terzo passo sarà quello di togliere con cura il vestito, riporlo nell’armadio delle esperienze e indossarne uno nuovo. Il risultato è che sentendoci bene nei nostri nuovi abiti, anche chi ci guarda potrà godere di questa bellezza, e magari chiederci dove abbiamo comprato il vestito che indossiamo.

Nessun tipo di sofferenza potrà mai garantirci l’amore, ma certamente potrà diventare la leva per andare oltre e scoprire che dall’altra parte la vita è un atelier

Al femminile sempre declinabile al maschile.

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