LA CURA

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«Forse … non siamo destinati stare insieme»

Sai qual è la parola chiave di questa frase così sfruttata da essere diventata un modo di dire? Destinati. Quando decliniamo la responsabilità al “caso, destino, fortuna” stiamo perdendo di vista noi stessi.

A mani basse non dovrebbero essere messe da parte neppure gli oggetti, figuriamoci le persone. Eppure sembra essere il modo con cui viviamo attualmente le relazioni. Abbiamo dimenticato come prenderci cura dell’altro, e non intendo solo “fisicamente”. La cura di cui parlo è quella dell’anima e può essere risvegliata solo cominciando col nostro risveglio. Non può funzionare il restare a forza con l’altro* perché non so dove andare, perché ho paura di stare sol*, perché ci sono i figli etc.  È il «come» sto nella relazione.

  • La diversità che inizialmente mi ha fatto innamorare, come mai ora mi infastidisce?
  • Da dove arriva questa gelosia che mi prende di tanto in tanto e mi porta a sorvegliare l’altr*?
  • Conosco i miei bisogni e chiedo che vengano esauditi da chi mi sta accanto, caricandol* di una responsabilità che dovrebbe essere solo mia?
  • Vivo intimamente la relazione fisica, mentale, spirituale o lo sguardo è superficiale?
  • Se mi sento in colp* o triste perché l’altr* è infelice, ne conosco la motivazione profonda?
  • Sono consapevole che il malessere dell’altr* può diventare un punto di forza per entrambi?

Quando rispondiamo a nuove domande, apriamo la mente a nuove prospettive. Il fatto è che spesso non sappiamo come fare perché non ce lo hanno insegnato, e così continuiamo a percorrere il solco conosciuto senza l’ambizione di prepararne un altro, totalmente il nuovo, perché fa paura la novità.

Eppure sono infinite le strade che si palesano quando entriamo nel mondo fantastico di quando eravamo bambini, e il reale e la fantasia non avevano una linea di demarcazione. Qualcuno ci ha insegnato le differenze ed è un bene. Ciò che non è bene è averle messe a paravento dell’immaginazione, e i molti modi di vivere la vita diventano uno o due al massimo, e così la maggior parte delle esperienze che faremo saranno legate a quell’una o due motivazioni che quasi sempre non sono nostre ma appartengono all’eredità di famiglia.

Il solo modo di conoscere l’altr* è prendere in considerazione e avere cura di sé stessi, e quando lo facciamo scopriamo che l’altro è simile a noi più di quanto potevamo immaginare, non nella forma ma nella sostanza, nei bisogni, nelle difficoltà che vive.

Possiamo partire da qui.

 

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(foto su Unsplash)

LA VERITA’ CI RENDE LIBERI

Ogni volta che non ci prendiamo il tempo di verificare una notizia, stiamo decidendo a favore della schiavitù. Nella dispensa dei media (non tutti) ci sono pensieri confezionati ad hoc e disposti in bella vista, pronti a saltare nel carrello mentale ogni volta che accendiamo la televisione, ascoltiamo un telegiornale o leggiamo un quotidiano e ci lasciamo catturare da un titolo, una frase, un’immagine. Vuoi qualche esempio?

  • Uccidere è vietato e punito. Tranne in guerra, dove è obbligatorio e premiato per profitto
  • La democrazia è sinonimo di libertà
  • L’ONU assicura la pace nel mondo
  • I vaccini sono necessari per la salute dei nostri bambini e della società. Anche se procurano la malattia con il pretesto di prevenirla?

Molti di noi non vedono nulla di strano in tutto ciò. Peccato che se andiamo a grattare la superficie scopriamo che non è così. Sono pensieri generalizzati creati per un mondo dove le persone vivono con le orecchie tappate e gli occhi bendati.

Dove sta il pensiero consapevole? Difficile da scovare, quasi introvabile: una pietra rara. Certamente non è pubblicizzato sui media importanti. Anzi, in alcuni casi ci dicono che non esiste. Infatti, per essere certi di trovare il pensiero consapevole, dobbiamo spegnere la televisione e gettare il telecomando, almeno per un po’ e dedicare la nostra energia a nuove attività come meditare magari camminando nella natura, respirare consapevoli di farlo, leggeri libri che stimolano la curiosità e aprono a nuove visioni, partecipare a corsi e incontri che incitano a punti di vista divergenti. Quando il pensiero consapevole avrà attecchito nella mente, allora potremo riaccendere la TV e confermare che è stato proprio un bene spegnerla.

Il pensiero consapevole è libero, veloce, dinamico, in grado di creare anziché distruggere, fa crescere semi nuovi nella mente e sentiamo la necessità di condividerlo.

È contagioso e lo possiamo riconoscere negli occhi brillanti delle persone che incontriamo: hanno risvegliato la luce che è in loro.

Non accontentiamoci delle parole: facciamoci ispirare dai risultati. E se il risultato non corrisponde alla pace e alla libertà, allora dovrò scoprire cosa mi tiene legat* e sciogliere i nodi che io stess* ho provveduto a manifestare. Perché la libertà non può essere appresa tramite alcun tipo di tirannia, e la perfetta uguaglianza non può essere riconosciuta attraverso il dominio di una mente sull’altra. La libertà è creazione, è un sinonimo dell’amore e non amiamo quando cerchiamo di imprigionare qualcun*, compresi noi stessi.

Se vogliamo educare le nuove generazioni, dobbiamo cominciare col cambiare il nostro modo di pensare e solo a quel punto potremo affermare «Liber* di essere felice e felice di essere liber*»
(ispirata da Un Corso in Miracoli)

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SIAMO ANIMA

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Si dice che l’anima sia tutto: il nostro inizio, il viaggio di mezzo e la nostra fine. Far riferimento a lei è scovare l’essenza che ci compone. Ma come si fa a richiamare l’anima? «Ci sono molti modi: con la meditazione, o nei ritmi della corsa, del canto, della scrittura, della pittura, della composizione musicale, con visioni di grande bellezza, con la preghiera, la contemplazione, i riti e i rituali, l’immobilità, la quiete, perfino con idee e umori estatici. Sono tutte “chiamate” che invitano l’anima dalla sua dimora.»

Non c’è un metodo migliore di un altro, né supporti particolari, riferimenti o posti speciali. Dobbiamo poterla richiamare a noi – l’anima – in maniera agevole, ovunque ci troviamo, per un minuto o per un intero giorno. Possiamo usare i ricordi per ritrovare un luogo speciale dove andare e restare in solitudine coi nostri pensieri e le preghiere, spegnendo le distrazioni. Possiamo usare un viaggio e portare con noi ogni pensiero, dal più intricato al più futile e regalarlo al luogo dove ci troviamo, per tornare a casa un po’ più leggere. Oppure possiamo imparare a escludere gli altri, il rumore, le chiacchiere, anche nel bel mezzo di una riunione di lavoro, mentre guardiamo l’implosione di un palazzo, anche circondate da una folla di gente durante un matrimonio. Noi donne sappiamo come fare e non è difficile farlo: il difficile è ricordarsi di farlo.

In ogni caso, che lo si faccia consapevolmente oppure no, l’anima troverà il modo di conversare con noi, sempre e ovunque

«Purtroppo sin dall’infanzia ci insegnano a provare imbarazzo se veniamo scoperte mentre comunichiamo con l’anima, in particolare in ambienti come la scuola o il lavoro. Il mondo dell’istruzione e degli affari ha ritenuto che il tempo passato stando «tra sé» sia improduttivo, mentre è in realtà il più fecondo.

L’anima selvaggia incanala infatti idee nella nostra immaginazione, e noi scegliamo quelle da mettere in pratica, estremamente adatte e produttive. Mescolandoci con l’anima brilliamo, desideriamo affermare i nostri talenti. È questa unione breve, anche di un istante, ma intenzionale, che ci aiuta a vivere la nostra vita interiore; invece di seppellirla nella vergogna, nella paura della rappresaglia o dell’attacco, nel letargo, nella compiacenza o altri ragionamenti o scuse, lasciamo che la nostra vita interiore fluttui, brilli, divampi all’esterno affinché tutti possano vedere.

Oltre a darci informazioni su questioni che vogliamo vedere meglio, la solitudine può consentirci di valutare il nostro operato nella sfera prescelta.» (ispirata da Donne che corrono coi lupi)

Mentre scrivo mi viene facile trovare ispirazioni immaginando il mio luogo silenzioso che da qualche tempo uso per conversare con l’anima: è un lago ghiacciato che ho attraversato coi cani da slitta durante un viaggio in Lapponia. Sono al centro del lago, avvolta da una morbida e calda coperta di lana bianca coi disegni blu. Non sento freddo: solo il calore di scrivere queste parole.

Se vuoi venire in viaggio con noi il prossimo giugno 2019, per Il Potere dell’Energia Femminile – V Edizione non andremo in Lapponia ma a Zante (Grecia) e staremo insieme un’intera settimana, a parlare di femminile antico e moderno, pratiche taoiste e Passi Magici.

Clicca su questo link per leggere tutte le informazioni, e se hai qualche altra domanda, non esitare a contattarmi

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VELENO O PERDONO?

Restare legati al risentimento verso qualcosa o qualcuno ci intrappola in un’energia che possiamo paragonare a un veleno preso a piccole dosi, che logora pian piano la vita. C’è un antidoto a questo veleno che possiamo scegliere tutte le volte che vogliamo e che ci aiuta a stare meglio e a guardare la situazione da un altro punto di vista: il perdono. Trattenere il risentimento per il passato e farlo per giorni, mesi, anni è un danno che provochiamo a noi stess* costringendo la nostra energia a rimanere bloccata anziché fluire libera verso le infinite possibilità che offre la vita.

Discutere di perdono è sempre un passaggio delicato e personale che va compiuto a piccoli passi, a volte molto dolorosi e che smantellano la voglia di trovare i torti e le ragioni, portandoci dritti verso una guarigione solida e coinvolgente. L’intera esperienza e tutti i personaggi coinvolti ricevono la stessa identica possibilità di rilasciare il rancore e recuperare la propria energia.

I passi verso il perdono devono essere compiuti con pazienza e volontà e si può cominciare con lo scrivere una lettera a chi credi essere l’artefice di ciò che è accaduto

Non sarà una lettera d’amore o di ringraziamento, per il momento. Sarà utile a portare alla luce il risentimento e tutte le emozioni che ancora ristagnano dentro di te, in un angolo più o meno remoto della tua mente.

Io la chiamo «lettera al veleno» e anche se l’etichetta che le ho dato sembra essere poco amorevole, in realtà porta con sé così tanto amore da far emergere ciò che è ancora nascosto. Cominciamo.

Si parte da questa considerazione che è importante e che dobbiamo tenere bene a mente: nulla accade per caso. Chiamiamo «caso» ciò che ancora è incomprensibile per noi e dobbiamo avere fiducia in questa circostanza, dove la scelta è netta e precisa: vogliamo sistemare la situazione ma con tutta la rabbia e il risentimento che abbiamo, ci sembra impossibile!

Permettiamo dunque che si insinui dentro di noi un piccolo seme che porta con sé il “senso di responsabilità” fatto di quella “libera scelta” che ancora – forse – non riusciamo totalmente a comprendere, ma che potrebbe esserci rivelato a breve o nel tempo.

Con carta e penna di fronte, esprimiamo scrivendo il nostro risentimento senza filtrare nulla, immaginando che a muovere la nostra scrittura siano esclusivamente le emozioni che proviamo. Non dev’essere scritta “a modo” e neppure in “italiano corretto”: ci basta portare fuori imprimendolo sulla carta ciò che sentiamo vediamo e percepiamo in quel preciso istante. Lo scopo non è gettare fango sulla persona, sulla situazione e neppure su di noi. Lo scopo è ripulire quel vaso pieno di fango che crediamo di aver chiuso ermeticamente, il cui coperchio stiamo coraggiosamente aprendo e osservandone il contenuto.

Quando crediamo che il rilascio emotivo è terminato, prendiamo il foglio e “senza rileggerlo” lo pieghiamo, se riusciamo scriviamo un “grazie” e poi lo bruciamo, mettendoci in ascolto di cosa accade dentro e fuori di noi

Chissà cosa cambierà e come cambieremo noi dopo aver scelto di dare un taglio diverso alla storia. Chissà quali opportunità ci verranno mostrate. Come ci sentiremo? Come reagiremo? E sai, una cosa te la voglio dire. La difficoltà appartiene solo all’inizio, a quella scelta di aprire la porta e guardare davvero cosa c’è dietro. Ma se lo farai – te lo posso garantire – arriverà il sollievo e pian piano la comprensione di essere l’unic* artefice della tua esistenza e se ti va, scrivimi com’è andata.

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IL SIGNOR SOTUTTOIO

Quanto è bello il mondo con le sue molteplici opportunità, che nella sua varietà ci arricchisce sempre, in ogni circostanza. E una di queste felici opportunità è quando incontri il Signor Sottuttoio.

È il conoscitore per eccellenza di ogni cosa, veloce come una saetta ti travolge con la sua «sapienza». Senza che tu chieda nulla, ti ritrovi avvolto dalle sue parole, perché di solito è anche un bravo oratore. La sua idea del prossimo è «un individuo un gradino sotto di lui che potrà sentirsi decisamente migliore dopo il suo intervento». Al Signor Sotuttoio basta un semplicissimo: «Scusi che ore sono?» per raccontarti la storia dell’orologio. Ha capacità e doni inimmaginabili.

Viaggia sul mappamondo e sa tutto della vita. Se hai fatto un’esperienza, l’ha fatta anche lui ma mille volte più grande e pericolosa. Se hai comprato qualcosa anche lui l’ha comprata ma a un prezzo inferiore del 90% rispetto al tuo, e quando chiedi: «Lo compri anche a me?» risponde che le scorte sono esaurite, che non lo producono più, che il negoziante ha avuto una crisi mistica e si è trasferito in Tibet. E quando gli chiedi: «Ma parli per esperienza?» di solito mente in maniera spudorata e se lo scopri si defila avanzando le scuse più fantasiose.

Ne ho incontrati nella mia vita e in alcune occasioni mi sono trasformata nella Signora Sotuttoio: me lo ricordo bene! Son durata poco a causa della bassa abilità nel mentire. Ho cercato di migliorare: niente da fare! Erano i tempi in cui l’autostima e la voglia di essere accettata e riconosciuta incalzavano. Ma d’altronde, chi non ha mai indossato la maschera di Sottuttoio scagli la prima pietra.

Ci sono molti modi per farlo: i genitori lo fanno coi figli, gli insegnanti con gli allievi, le donne con gli uomini e viceversa. È meno impegnativo dire cosa fare che stimolare alla scelta libera, ma si può sempre migliorare e accorgersi che dietro la maschera di Sottuttoio si nasconde una richiesta d’amore e di attenzione.

Sii paziente quando lo incontri e allo stesso modo sii paziente quando ti accorgi di interpretarlo

Sono circostanze preziose per sviluppare l’amore da inviare in entrambe le direzioni, preparandoti a ricevere un senso di pienezza e abbandonando finalmente il vuoto e la frustrazione.

Grazie, Signor Sotuttoio. La tua maschera è preziosa: una grande opportunità. Scritto al maschile declinabile al femminile.

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DIAMO IL BENVENUTO ALLE DELUSIONI

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Per questo articolo ringrazio un uomo e la sua manifesta sofferenza, che ha voluto condividere con me.

Dall’amore dovremmo trarre nutrimento e valore per noi stessi e per farlo dobbiamo osservare il pendolo che oscilla tra l’«amore privo di possesso» e l’«amore carente, possessivo, dipendente e geloso». Non possiamo vivere senza amare e anche la relazione più difficile e disgustosa non può essere trattata con indifferenza, anche perché l’”indifferenza” è una maniera subdola per evitare il più possibile emozioni che vanno dalla paura alla rabbia e oltre,

Il grave problema dell’amore è l’«incapacità di abbandonare le catene senza lucchetto che ci legano alle convinzioni tradizionali» per acquisire una nuova visione del tutto personale, fatta dell’essenziale e complicata capacità di conoscere noi stessi. Ci sono bisogni personali che non vengono presi in considerazione durante i preliminari d’amore: bisogno di affetto, di riconoscimento, di nutrimento, di coccole, di rimproveri e di accettazione.

Spesso quando siamo innamorati ricerchiamo negli altri ciò che non siamo in grado di regalarci, «abbandonando lo specchio dove incontravamo il nostro viso, il suono della nostra voce, il profumo del nostro corpo» sostituendo le nostre regole con quelle di un’altra persona per ottenere in cambio approvazione e ricompensa.

Siamo confusi dall’amore e restiamo solo sulle caratteristiche descritte nei film, nelle canzoni, nei romanzi rosa dove il batticuore, l’attesa, la rabbia, la gelosia, la malattia dell’anima e la delusione sono gli elementi che creano le fondamenta: senza questi, non c’è amore. Ma l’amore non dovrebbe essere felicità, gioia, speranza, accettazione, accoglienza, abbondanza, fiducia? E poi c’è chi sostiene che dovremmo amare l’altro incondizionatamente, a prescindere dalla cornice o dal particolare momento della vita in cui lo incontriamo, chiudendo gli occhi di fronte alla forte luce che potrebbe mostrarne i difetti.

È il momento di fare un po’ di chiarezza

E se alla base dell’amore ci fosse la capacità di renderci consapevoli che l’illusione di poterci distrarre dalle zone d’ombra ci porta dritti verso l’infelicità? E se in questo marasma inconsapevole dell’amore potessimo trovare il coraggio di costruire qualcosa di nuovo, un rapporto che sfida le leggi convenzionali e porta verso un futuro diverso? Da questo nuovo punto di vista la delusione potrebbe rappresentare una tappa importante per costruire legami significativi.

In questo mondo duale, anche la delusione presenta due vie d’uscita: o accettando la realtà e rendendo l’amore più solido e profondo – indipendentemente se saremo ancora insieme o ciascuno per la sua strada – oppure negandola e cercando un’altra persona con la qual ricominciare daccapo il gioco delle illusioni, senza prendersi il tempo di trasformare gli errori e le incomprensioni.

Ancora una volta, la palla della scelta e decisione è in mano nostra: potrebbe essere diversamente? Qualcuno potrebbe pensare che l’amore visto da questa prospettiva perde quella nota romantica tanto cara, soprattutto a noi donne. Vi assicuro che non è così!

Ma questo è solo il mio punto di vista e se vorrai averne uno tutto tuo, dovrai scegliere e decidere di fare una nuova esperienza. Da dove cominciare? Da te e da ciò che vuoi per la tua vita. Per un attimo lascia tutto il resto fuori, e vedi cosa accade.

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INDIPENDENZA

Qual è il primo momento in cui mettiamo in atto l’indipendenza? Per necessità al momento della nascita, quando il cordone ombelicale viene tagliato (a volte brutalmente) e iniziamo a respirare in autonomia. Un altro momento importante è quando impariamo a camminare: scopriamo che possiamo spostarci per raggiungere ciò che desideriamo.

Questo primo passo è così importante – più di quanto possiamo immaginare – così come lo è il modo con cui lo facciamo: rimarrà la nostra modalità che useremo per camminare nella vita.

Alcuni di noi si sono buttati a capofitto, altri hanno fatto piccoli passi incerti, altri ancora si sono serviti dei supporti che avevano a portata di mano.

C’è chi si dispera e si blocca quando cade, chi si rialza e procede come se nulla fosse accaduto, chi è stimolato e incoraggiato e chi invece è deriso o compatito. Ma tutti, senza distinzioni, continuiamo a proseguire desiderosi di andare verso il nostro obiettivo: imparare a camminare.

C’è una spinta dentro ciascun* di noi che ci invita all’indipendenza, accompagnandoci verso la presa di coscienza di noi stess* come individui e verso quel senso di libertà che tutti quanti ricerchiamo e che siamo venuti ad affermare in questo mondo.

Ma ben presto a molti di noi accade che le circostanze incontrate, per infinite sfumature e motivi personali, ci rendono incert*, dubbios* e ci ritroviamo inconsapevolmente ad essere dipendenti da situazioni e cose. Con il lavoro cerchiamo un’indipendenza economica senza accorgerci che spesso dipendiamo proprio da esso. Diventiamo dipendenti da idee e condizionamenti, dalle regole imposte da qualcuno esterno a noi che – anche se non piacciono – continuiamo a seguire. Dipendiamo da una relazione per paura di restare soli. Non osiamo prenderci la responsabilità di noi stess*, informandoci e ascoltando campane che suonano una diversa musica.

Indipendenza è libertà di osare, slegarci dall’approvazione degli altri per sentirci bene e amati, divenire padroni delle nostre emozioni camminando spavaldi lontano da tutto ciò che ci tiene bloccati a una falsa idea di noi stessi e del mondo

È fare un passo verso noi stessi, all’interno di quell’animo infinito e luminoso da cui ci siamo allontanati e che attende paziente di incontrarci, rinnovat*.

Oggi prenditi un momento per prendere coscienza e scrivere le situazioni che ti rendono dipendente domandandoti: «È davvero necessario per me ora?» Fai mentalmente un elenco di tutti gli oggetti che possiedi e che sono importanti per te: cosa accadrebbe se non li possedessi più? Non è sempre indispensabile fare piazza pulita per sentirsi liberi poiché molto spesso si rischia di gettare ogni cosa per poi pentirsi di averlo fatto. Nella calma, invece, possiamo scegliere cosa tenere e cosa lasciar andare, premesso che quest’ultima parte è un passaggio che va compiuto con pazienza e consapevolezza.

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