PER FAR SPAZIO AL NUOVO, FAI CADERE LE FOGLIE MORTE

Ogni volta che mi capita di ascoltare un episodio in cui un bambino, un anziano, un malato, un animale o comunque un essere che appare fragile ai miei occhi, innocente e indifeso, è stato abbandonato, mi sento toccata nel profondo.

Nasce forte l’indignazione, il biasimo e la rabbia verso chi agisce in quel modo.

L’abbandono suscita in molti di noi emozioni intense legate al concetto di perdita e negazione dell’amore. Abbandonare ed essere abbandonati sono così intrinsecamente legati alle emozioni di paura, che generano attaccamento alle cose materiali o ai sentimenti: ansia e preoccupazione iniziano a farsi strada con un risultato di perdita e una sensazione di essere lasciati in balia di sé stessi.

DOMANDE CORRETTE PER RISPOSTE CORRETTE

A un certo punto mi sono domandata: “Come mai accade tutto ciò? Cosa rappresenta per me questa paura dell’abbandono?” 

Ed ecco la mia risposta: “Mi sento  toccata e coinvolta  perché la paura dell’abbandono è una sofferenza che vive dentro di me e in ogni essere vivente, anche se a volte non ne siamo consapevoli, anche se nessuno (a memoria) si è comportato così nei nostri confronti.”

E’ una paura che ferisce tutto il genere umano e  nasce nel momento in cui la nostra anima  crede nella separazione dal suo mondo di luce e unione, incarnandosi nella coscienza duale che abita il corpo fisico. In quell’attimo avviene la scissione dall’Amore che di per sé è unione.

Per tutta la nostra vita terrena andremo alla ricerca di quell’Amore, sperando di poterlo trovare in altri corpi, negli oggetti, nelle situazioni di successo, senza mai trovarlo veramente.

DOV’E’ L’ERRORE?

Non è la ricerca in sé che è sbagliata, ma la direzione in cui stiamo cercando. Se vogliamo trovare l’Amore, dobbiamo invertire la nostra visione: guardare nell’altro la speranza della felicità ci rende fragili e impotenti. Trovare invece spunti nell’altro per comprendere noi stessi sarà l’approccio sensato per riconquistare il nostro potere personale che, per sua natura, è Amore.

L’azione stessa di rivolgere l’attenzione verso di noi e non contro l’altro ci rende più potenti e soprattutto più liberi.

Ciascuno di noi ne porta il ricordo ed è questo il motivo per cui l’abbandono suscita tali reazioni e non è sufficiente resistergli o reagire con idee, atteggiamenti e azioni che la vogliono negare o esorcizzare.

Quante volte, mossi da un’inconsapevole reazione al timore di non essere considerati – con la paura dell’abbandono nel cuore –  abbiamo agito allo scopo di sentirci più apprezzati nelle relazioni di coppia, con la nostra famiglia, con i figli e persino con i semplici conoscenti occasionali?

Il senso del possesso e dell’attaccamento sia alle cose materiali che affettive, sono reazioni alla paura di essere lasciati soli, senza quell’amore necessario e del quale ciascuno di noi ha bisogno per vivere.

Ma … per ogni situazione vissuta, c’è sempre il rovescio della medaglia

LA NATURA, GRANDE AMICA

Cosa accade se pensiamo all’abbandono come a  movimento, crescita o arricchimento? La natura, come spesso accade, ci viene in aiuto per facilitare la comprensione.

Quando finisce la stagione della fioritura, le foglie si preparano a cadere assumendo i colori vivi della rossa forza vitale, dell’arancio e del giallo, iniziando un nuovo ciclo di cosciente rinnovamento.

Attraverso colori, la natura mostra la sua preparazione ad assumere una forma diversa: non sta morendo bensì trasformando.

  • Possiamo imparare da Essa e lasciare  – quando riteniamo sia il momento giusto per noi – che le “foglie” delle nostre false idee e dei cerchi oramai chiusi, cadano leggere una ad una senza dolore, con dolcezza e sentimento.
  • Possiamo immaginare la nostra mente come un grande albero secolare e i nostri pensieri disturbanti come a foglie che si preparano a staccarsi leggere dall’albero della mente: lo fanno con gratitudine lasciando spazio a una nuova consapevolezza.

Questa immagine amorevole che va al di là dello spazio e del tempo, può essere un valido aiuto per imparare e comprendere che l’abbandono è impossibile: l’albero della mente è tutto ciò che siamo, e fluire in lui permettendo alla vita di fare il suo corso significa rendere grazie all’amore e alla felicità.

Questo è uno dei modi per aprirci a una nuova visione

FARE ESPERIENZA

Sono certa che vicino a dove abiti o lavori c’è un parco o anche semplicemente un solo albero che sta lasciando andare le sue foglie. Se così fosse, preparati a far cadere vecchi schemi per aggiungerne di nuovi.

  • Ritaglia da un foglio tanti pezzettini di carta e su ciascuno scrivi  ciò avresti voglia di lasciar andare in questo momento. Possono essere vecchie delusioni, momenti di difficoltà che stai vivendo, antichi schemi che appartenevano alla tua famiglia d’origine e che stai nuovamente perpetuando.
  • Procurati un po’ di pane o del tabacco,  quaderno e penna per scrivere e vai nella natura accanto a un albero.
  • Appoggia la schiena al suo tronco stando in piedi e tenendo tra le mani i pezzettini di fogli sui quali hai scritto ciò che vuoi “far cadere”, e immagina per un attimo di entrare al suo interno e sentir scorrere la linfa vitale : puoi immaginare la vita che si prepara alla trasformazione.
  • Apri le tue braccia come fossero i rami dell’albero e ogni volta che ti senti pronta/o lascia cadere ai tuoi piedi un pezzettino dei fogli che tieni tra le mani, proprio come farebbe l’albero.
  • Continua fino a che le tue mani sono completamente vuote.
  • Ringrazia come sei capace di fare e lascia alla base dell’albero un po’ del pane o del tabacco che hai portato con te, come ringraziamento per averti ospitata/o. Gli alberi amano essere ringraziati con questi doni.
  • Ora siedi comodamente e scrivi chi vuoi essere: quelli saranno i semi della tua nuova vita
  • Scrivi le azioni che da subito compirai per far crescere questi semi. Curali, nutrili, rendili forti e aspettati il meglio che tu possa immaginare.

Questo è un modo per incontrare il Dio che dimora in ciascuno di noi,  riconciliandoci con Lui e con la parte più profonda di noi stessi, per dare così un nuovo significato alla Vita.

Accorgiti.

La tua SpiritualCoach     Lucia Merico

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RELAZIONI FELICI NE ABBIAMO?

Per ogni cambiamento che si possa definire tale, ci vuole tempo, determinazione e dedizione. Cambiare uno schema che abbiamo mantenuto vivo per anni,  è un’insieme di riconoscimento e metodo.

Detto questo, quando c’è un problema cosa vogliamo che accada? Generalmente, quando non abbiamo una consapevole attenzione alle dinamiche che sono alla base di un cambiamento, come bambini piccoli e capricciosi vogliamo che il problema sparisca il più presto possibile!

Quando decidiamo consapevolmente di  lavorare con sentimento e determinazione su noi stessi, siamo in grado di usare gli insegnamenti in maniera diversa da coloro che si limitano a leggere senza effettuare nessuna azione per cambiare veramente: la differenza è netta e anche il risultato.

Nulla cambia se non cambi nulla

Il processo della ricerca interiore apre la mente a diverse esperienze portandoci su un nuovo livello di realtà molto spesso inesplorato.  Ognuno di noi possiede le risorse interiori per andare oltre i confini sconosciuti della propria personalità ed avere così una visione più ampia e profonda.

Se immaginiamo che la vita sia una scuola dove imparare, le relazioni fra gli individui possiamo paragonarle alla sua università.

Siamo nati uomini e donne con un desiderio e un bisogno reciproco l’uno verso l’altra: Cerchiamo l’unione fisica, emotiva e spirituale: questo è scritto nei nostri geni e trovare il proprio compagno/a della vita è al centro dell’essere umano.

Dell’unione fisica ne siamo consapevoli: è quella alla quale diamo la massima importanza. Per quanto riguarda l’unione emotiva siamo un po’ meno ferrati. Ci concentriamo solo inizialmente sul batticuore o le farfalle nello stomaco o per alcuni nella pancia. L’unione spirituale intesa come energie sottili che si esprimono danzando tra loro  è sconosciuta alla maggior parte di noi.

HO PER VOI UNA DOMANDA

Conosci  qualcuno che, dopo molti anni di vita insieme al suo partner,  ha una relazione intensa, vibrante, dove si avvertono amore e armonia, dove la comunicazione è reciproca e allegra dove entrambi hanno accettato l’altro completamente, arrendendosi alla forza divina dell’amore e considerano le differenze come opportunità per comprendere meglio l’altro nella nella totale convinzione che tutti i problemi possono essere risolti?”

Se hai conoscenze di questo genere è una manna dal Cielo: chiedi loro come fanno a mantenere un livello così alto di consapevolezza.  

A questo punto ho un’altra domanda per te: E’ dunque possibile essere felici superando le difficoltà? E se fossero roprio le difficoltà a rendere solida una relazione, cosa mi risponderesti?

FACCIAMO ANCORA UN ALTRO PASSO INSIEME

Cos’è la vita se non un continuo intreccio di relazioni e confronto con noi stessi, con gli altri, con le cose e persino coi pensieri?  Dunque, non è possibile vivere senza relazioni, che sono strettamente collegate ai nostri atteggiamenti.

Possiamo avere relazioni positive o negative: non fa differenza. Le positive avranno la forza di migliorare le nostre giornate. E quelle negative?  Se ti dicessi che sono proprio loro a trasformare la nostra vita, cosa risponderesti?.  Guardare dritto negli occhi un momento di crisi è una delle lezioni fondamentali per migliorare la propria esistenza e quella della persona coinvolta. Fatto è che, molto spesso, facciamo finta di niente, rimandiamo e in questo modo viene rimandata anche la nostra felicità.

Qual è il vero problema?Il rapporto che abbiamo con noi stessi. I conflitti interiori sono la causa principale della difficoltà di relazionarci in modo costruttivo con gli altri e sono proprio essi a offrire l’opportunità per migliorare la relazione stessa.

Una vera relazione è possibile solamente quando ci sono idee chiare ed un animo libero e sereno.

CERCHIAMO DI CAPIRE INSIEME COS’E’ UNA RELAZIONE

Siamo abituati ad associare la parola relazione soltanto agli esseri umani, ma in realtà – come hai letto sopra – questa parola va applicata a tutto: agli oggetti, alle convinzioni,  alle idee. Può  riferirsi alle circostanze della vita, al mondo, a noi stessi, ai pensieri e ai comportamenti.

Stabilire dei rapporti tra gli esseri umani

 è molto più complicato di quanto possiamo immaginare

 

Parliamo di persone  sane che hanno il desiderio di costruire (e non distruggere), che si relazionano positivamente con se stesse e con gli altri, che non temono l’intimità, che non si proteggono dall’esperienza del rapporto e che, quindi, amano.

Cosa causano con il loro atteggiamento positivo?

  •  Permettono semplicemente a se stesse di amare
  • Si mettono in gioco,
  • Hanno la volontà e la disponibilità a farlo senza curarsi dei rischi che corrono
  • Si espongono in prima persona ed in maniera concreta.

Queste persone non sono speciali o particolari: sono portatrici sane di difetti che personalmente preferisco chiamare caratteristiche. Anche loro hanno paura di sbagliare, a volte sono timide e possono provare emozioni che le disturbano.

Tuttavia vivono i loro rapporti e non temono di esserne coinvolte perché hanno abbassato la soglia delle difese e, nonostante le delusioni incontrate e che sanno bene di non poter escludere totalmente dalla loro vita, riescono a intrecciare rapporti positivi e significativi.

COME SI ARRIVA AD AVERE RELAZIONI DI QUESTO TIPO?

La risposta è semplice: Conoscendo profondamente se stessi!

Possiamo essere abili e relazionarci in modo corretto con alcune aree della nostra vita, come quella professionale per esempio, ed essere limitati in altre come – ad esempio – nelle relazioni d’amore. Solamente un profondo lavoro interiore può aiutarci a comprendere in quale punto della nostra storia ci troviamo. E una volta fatto il punto della situazione, possiamo finalmente decidere quale strada intraprendere.

Inoltre, ci potrebbero essere persone che hanno relazioni in apparenza positive ma che, in realtà sono privi di contenuto e di significato: hanno un buon rapporto con gli altri ma sono infelici e insoddisfatti.

Per loro la domanda è: “Com’è possibile avere rapporti felici con gli altri e poi sentirsi infelici e insoddisfatti? Prima di tutto, smetti di raccontartela e trova il modo per capire cosa davvero sta succedendo.

Una cosa importante da sapere è che per lontano che possiamo andare, è impossibile sfuggire da sé stessi. E molti di noi lo fanno continuamente. In che modo? Tutte le volte che proiettano la responsabilità di ciò che facciamo sugli altri.

Quando ti allontani dal pensiero di essere responsabile della tua vita al 100%, stai guardando solo il problema perdendo di vista la soluzione. Entrare in intimità con sé stessi significa accettare questo principio.

Se hai una relazione complicata, parti da te e comincia a renderti felice senza aspettare che lo debba fare qualcun altro. Dichiara di essere il solo o la sola responsabile della tua vita e della tua felicità: questa è la linea di partenza. Accorgiti!

Spiritualmente tua ♥       Lucia Merico

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LA VERA RIVOLUZIONE FEMMINILE E’ LA CONOSCENZA

Un articolo che nasce dall’ennesimo racconto di un gesto violento consumato tra le mura domestiche. Inizia con la splendida visione di Michela Murgia, autrice del libro Ave Mary, e termina con la mia visione personale.

“Nel 2007  è stato pubblicato il primo studio italiano sulla violenza alle donne. Lo ha realizzato l’Istat su un campione di venticinquemila donne tra i sedici e i settant’anni in tutto il territorio, e i risultati impressionano anche i più ottimisti. In Italia sono 6,7 milioni le donne che subiscono ogni anno violenza fisica o sessuale (quasi quattro donne su dieci nel campione considerato), nel 69,7 per cento dei casi commessa dal partner, attuale o ex. Ma il dato più significativo è che solo il 18 per cento delle vittime ritiene che le violenze tra le mura domestiche siano reato: infatti il 93 per cento delle volte non le denuncia alle autorità. Quarantacinque donne su cento non ne parlano neanche con le amiche o con altri familiari, come se in fondo considerassero quelle violenze il rischio implicito e calcolato della vita con un uomo. Sono dati che turbano, ma non sorprendono. Personalmente posso dire che si avvicinano per difetto a quella che è la statistica delle condizioni di convivenza – matrimoniale o no – tra le donne che conosco.

A lungo mi sono chiesta come fosse possibile che persone intelligenti, il più delle volte colte, spesso autonome economicamente, accettassero di essere oggetto di violenza all’interno della propria relazione. Adesso so che contano l’educazione femminile, frutto di secoli di addestramento alla subordinazione, e anche la parallela formazione maschile, imbevuta di proiezioni dominanti e possessive. Contano i modelli sociali patriarcali, e conta moltissimo la sensibilità popolare educata all’idea che uno schiaffo sia solo una carezza veloce, nella convinzione diffusa che l’amore sia tale anche quando procura occhi pesti, zigomi lividi e sospette cadute dalle scale. Conta persino che ogni titolo di quotidiano insista nel definire “delitto passionale” l’omicidio di una donna per mano del suo uomo, come se la morte fosse amore portato alle sue estreme conseguenze. Conta che il diritto italiano abbia considerato la violenza sessuale come reato contro la morale (e non contro la persona) fino al 1996, data fino a cui non era affatto scontato che potesse trattarsi di reato se la vittima di un pestaggio era la moglie dell’aggressore. Dentro queste dinamiche, però, è impossibile che non abbia avuto alcun peso l’idea di copia trasmessa dall’insegnamento religioso tradizionale.

La domanda doverosa e la risposta è di grandissima importanza per la condizione delle donne, di tutte le donne, non solo di quelle credenti e sposate: è ipotizzabile che esista un legame concreto tra il quadro desolante della prassi violenta nelle famiglie e il modello relazionale al quale secondo la Chiesa cattolica deve conformarsi la coppia per potersi definire cristiana?

La teologa Virginia Ramey Mollenkott, nel suo saggio del 1991 Dio femminile, in riferimento alla raffigurazione di Dio come essere maschile, notava che “il tipo di relazione che viene suggerita quando solo un partner è come Dio è una relazione di dominio/sottomissione. Il tipo di relazione dove entrambi i partner sono come Dio è la reciprocità”.  E’ fuori dubbio che la relazione su cui si fonda il matrimonio cattolico appartenga al primo tipo, ed è quindi tutt’altro che illogico supporre che le sue conseguenze siano quelle che deriverebbero da qualunque rapporto impostato su dominio e sottomissione.  La narrazione univoca della donna funzionale – sposa e madre – impone alle donne di muoversi entro ruoli rigidi e le condanna a essere considerate sovversive e marginali ogni qualvolta provino a immaginarsi in modo alternativo. Per contro, la medesima narrazione impone ai mariti il ruolo dominante e le frustrazioni che ne derivano qualora si tenti una relazione più equa. Se è vero che le parole generano realtà – e quelle liturgiche sono per antonomasia le più potenti – deve esserci un collegamento tra la narrazione suggerita all’uomo e alla donna come marito e moglie e i modi in cui quella narrazione viene tradotta.

Non è stato il cattolicesimo a inventare la prassi della subalternità della donna nel matrimonio, né la concezione di inferiorità che la fonda; è anzi evidente che quell’idea esisteva da secoli. Tuttavia i padri della Chiesa potevano scegliere di utilizzare il potenziale destabilizzante e innovativo dell’annuncio cristiano della figura di Maria per modificare alla radice le situazioni di ingiustizia e svalutazione della persona che quel sistema imponeva e continua a imporre. In forza del sacrificio di Cristo – e San Paolo l’aveva capito tanto bene da metterlo per iscritto nella lettera ai Galati – non esisteva più la gerarchia morale tra giudeo e greco, tra schiavo e padrone e tra uomo e donna; il cristianesimo rifondava l’ordine stesso del cosmo. Se la Chiesa non si è inventata la subordinazione tra i sessi, ha scelto di legittimarla spiritualmente. Attraverso la proposta dell’archetipo Cristo/Chiesa ha reso liturgia e dottrina le struttura patriarcale della famiglia, rallentandone di fatto anche l’evoluzione culturale. Poi la riflessione femminista e il progresso dei diritti civili hanno costretto lo Stato italiano a riformare il diritto di famiglia e i confini del matrimonio per adattarsi alle nuove sensibilità sociali, la Chiesa ha invece continuato a celebrare il modello nuziale che sancisce di fatto un rapporto disparita rio, dentro al quale uno dei due coniugi è autorizzato a considerare l’altro al suo servizio.

Le ragioni dell’iniziale scelta maschilista e patriarcale, benché del tutto storicizzabili, sono nel frattempo diventate dottrina, rendendo difficoltosa la loro modifica nel magistero successivo. Che questa lettura possa venire abrogata è auspicabile, ma altamente improbabile. E’ purtroppo vero quello che scrive Gustavo Sagrebelsky in Scambiarsi la veste, il suo saggio sul rapporto tra Stato e Chiesa: “Nulla è mai stato abrogato dalla dottrina della Chiesa; sul piano dottrinale infatti il concetto stesso di abrogazione è un non senso, poiché ogni nuova affermazione è concepita come uno sviluppo che contiene tutto ciò che precede senza contraddirlo”.

Da cristiana non abbandono la speranza che la teologia faccia i conti con le conseguenze dell’attuale dottrina matrimoniale: lo deve alla fedeltà della Parola di Dio, ma soprattutto lo deve alle donne e alla sofferenza che questa lettura ha imposto con la minaccia dell’esclusione dal piano della salvezza e con legittimazione culturale di un sistema violento. Gli abusi e la sopraffazione che le donne hanno subito nei secoli in nome del vincolo sacramentale del matrimonio non sono stati ancora compresi né valutati per intero. Il passo non potrà mai essere compiuto se la riflessione sul matrimonio come sacramento resterà affidata a uomini celibi, sacerdoti e vescovi che del matrimonio conoscono solo gli aspetti deformi che arrivano loro in eco dal confessionale, un luogo dove alle donne si chiede da secoli di rassegnazione e sottomissione in nome di Dio. (Finché morte non vi separi – dal libro di Michela Murgia Ave Mary E la Chiesa inventò la donna Ed. Einaudi)”

E aggiungo il mio pensiero veloce.

Non vanno sottolineate e condannate unicamente le “botte” fisiche. Ci sono violenze più sottili fatte con le parole. “Quando lui parla mi uccide – Le sue parole mi bloccano – A parole ammazza una persona …” Sembrano essere solo modi di dire, ma non lo sono.

Le parole diventano coltelli invisibili capaci di tagliare silenziosamente l’anima di una persona. E in tutto questo dire e scrivere, c’è un aspetto fondamentale che voglio mettere in evidenza, ed è la nostra responsabilità come Donne di aver accettato che tutto questo potesse accadere.

La ribellione femminista che urlava  “l’utero è mio e me lo gestisco io” ha grattato solo la superficie della corazza patriarcale che abbiamo accettato di indossare. La vera rivoluzione della Donna sta nella conoscenza di sé stessa, della sua storia antica e del suo potere personale come diritto di nascita. Siamo stati fatti a immagine e somiglianza di Dio, e Lui non si è scordato di aver esteso tutte le Sue caratteristiche luminose e pacifiche ai Suoi Figli.  Noi lo abbiamo fatto, come Donne, accettando la storia che ci è stata raccontata e che ci vede nel mondo grazie alla costola di Adamo. Subordinate a un uomo –e a nessuno piace esserlo – ci siamo vendicate facendogli mangiare la mela proibita. Irriverenti, vendicatrici e peccatori entrambi siamo stati cacciati dal Paradiso Terrestre e costretti in un modo di torture. Puoi addolcire la storia a piacimento, ma questo è ciò che crediamo sia accaduto. E anche se pensi “ma dai, io non credo a tutto questo” mille altre informazioni si sono accavallate. E la maniera migliore per rendere solida una verità è di renderla leggenda o favola, affinché tutti la possano raccontare.

Con tutte le carte della conoscenza consapevole in regola, ogni Donna e ogni Uomo potrà scegliere se restare nel cunicolo dove entrambi si sono rifugiati secoli fa, o uscire  allo scoperto e mediare la pace scrivendo una storia diversa da ogni storia conosciuta, dove etichette come Patriarcato e Matriarcato ingialliscono, permettendo alla Luce che entrambi incarnano di risplendere, per sé stessi e per tutte le Donne e gli Uomini che sceglieranno di comprendere.  Accorgiti!

PENSIERI ELEVATI

“C’è sempre un modo per vincere entrambi.

Non permettete mai a voi stessi di essere rigidi. Siate sempre disponibili a scoprire e accettate un pensiero elevato. Ma come riconoscerlo? Il pensiero più elevato è anche il più positivo, quello meno limitante, più vero e produttivo. Lo si sente dentro di noi. Questo sistema previene tutti i giochi di potere e gli scontri.

Quando le persone coinvolte in un rapporto sono disposte ad accettare senza riserve il pensiero di livello più alto, non vi sono più lotte per il potere. In una coppia, il pensiero più elevato può essere formulato indifferentemente da uno dei due partner. L’altro lo seguirà prontamente portandosi allo stesso livello.

|…| Meditate quotidianamente su ciò che vi accade: cosa state creando? Chi state attraendo? Poi riflettete su quali sono i pensieri che hanno prodotto quei risultati. Uno dei momenti in cui tale analisi si fa più necessaria è mentre il vostro partner ha una reazione sgradevole nei vostri confronti. Guardatevi dentro e cercate di capire come avete potuto generare questo comportamento in lui o lei, quale parte del vostro subconscio può aver desiderato una simile reazione. Dovete anche assumervi la responsabilità per aver attirato nella vostra vita un tipo di persona che dimostra tali comportamenti.

Lavorate su voi stessi per innalzare il livello dei vostri pensieri e chiedere al partner di fare lo stesso. I risultati vi lasceranno stupefatti.” (Colora d’Amore la tua vita)

Un buon insegnante si chiarisce le idee e le rafforza insegnandole.jpg

Chiaro, non trovate? Per quanto riguarda la semplicità, è quella che spesso troviamo nei libri dove fare le cose che orientano alla felicità è quasi una passeggiata in pianura. E poi ti trovi di fronte all’ennesima discussione e tutto ciò che ricordi di quello che hai letto è “… chiedere al partner di fare lo stesso”. Ma cosa? Pensiero positivo? Quale pensiero positivo: questo non capisce proprio niente!

No, non è una passeggiata aggiustare una relazione affinché si orienti verso una conversazione che costruisce anziché distruggere. Quindi non c’è scampo? C’è sempre un altro modo, dovresti aver imparato la lezione. Puoi partire, per esempio, da una domanda: “Cosa c’è in lui (o lei) che non mi piace?” Fai un elenco dettagliato e quando hai terminato, ecco un’altra domanda: “Ciò che condanno in lui (o lei) in quale modo mi rappresenta?” Se, per esempio, non ti piace di lui il fatto che sia disordinato e lasci calzini e mutande in giro anziché nel cesto della biancheria sporca, puoi domandarti in quale area della tua vita ti giudichi disordinata. O, forse, sei arrabbiata con te stessa e trovi la scusa dei calzini per sfogare un po’ di quella rabbia?

Le incomprensioni nascono sempre dalla mancanza di ascolto. Non ascoltiamo noi stessi e le nostre esigenze, non le verbalizziamo dando all’altro la responsabilità di “leggere tra le righe” o, ancor peggio, diamo per scontate un sacco di cose: la vita è tutt’altro che scontata. Non ascoltiamo gli altri, chiudiamo ogni tipo di comunicazione facendo diventare il lamento un’abitudine anziché prenderci il tempo di sedere uno di fronte all’altra e capire cosa sta succedendo, sentendo le emozioni, andando oltre le parole dette.

Ci vuole coraggio e volontà a stare in una relazione con l’intento di farla crescere e prosperare. Ci vuole conoscenza prima di sé e solo poi potremo conoscere l’altro: è presuntuoso pensare che sia il contrario. Ci vuole amore e non parlo di quello romantico, da batticuore. Intendo l’amore di qualità che non misura quanto tempo stiamo insieme o “ciò che mi dai se io sarò come tu mi vuoi e ciò che ti darò se tu sarai come io ti voglio”.

Le relazioni, qualunque relazione, si costruisce giorno dopo giorno, con attenzione e quella voglia di condividere, di innalzare e sostenere innanzitutto sé stessi. Altrimenti, mi spieghi dove trovi l’energia per sostenere gli altri? Accorgiti!

TI AMERO’ FINTANTO CHE …

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Molti di noi hanno strani pensieri riguardo all’Amore: intendo quello con la “A” maiuscola, quello che va oltre la ricerca della sicurezza e del piacere personale, ma si apre come un fiore per mostrare tutta la sua bellezza. C’è un libro, le cui pagine sono state consumate dalle infinite volte in cui le ho lette, che parla anche dell’Amore, visto dal punto di vista di Kahlil Gibran: Il Profeta. E’ una visione ampia che parla di Amore applicato alla vita stessa, nella sua totalità. E’ quell’Amore che c’è nell’appassionarsi a ciò che facciamo, al momento che stiamo vivendo, portandoci oltre le paure conosciute e sconosciute.
“Quando l’amore vi fa cenno, seguitelo, anche se i suoi sentieri sono aspri e ripidi”

Nessuno di noi può desiderare che l’amore si manifesti solo in una determinata misura, quella esatta che appaga il nostro bisogno o la nostra personale carenza, così come non possiamo presumere di poterne dirigere il corso “perché l’amore, se vi trova degni, prenderà il controllo della vostra rotta”. L’Amore permette a ognuno di noi di crescere e di portare i nostri rami storti a crescere dritti, forti e alti.

Inoltre, mi piace molto la visione che Gibran ha del matrimonio, discostandosi dall’idea convenzionale che esso riguardi due persone che diventano una: un vero matrimonio dà a entrambe le persone lo spazio per sviluppare la propria individualità, come “la quercia e il cipresso, che non crescono mai nell’ombra l’uno dell’altra”. Per un rapporto ottimale “riempitevi la coppa a vicenda, ma non bevete dalla stessa coppa”. Nella convenzione, il matrimonio viene generalmente vissuto come prevaricazione del più forte a scapito del più debole. La scelta del compromesso è, molto spesso, iniqua. E’ una ricerca infelice di appagare l’altro per avere ciò di cui ci si sente più carenti o bisognosi, anziché una condivisione dove vengono espressi i propri personali talenti con la possibilità di acquisirne le conoscenze attraverso lo scambio e il nutrimento reciproco.

La coppia contemporanea cede molto presto le armi quando si trova di fronte alle prime difficoltà, senza rendersi conto che sono proprie le difficoltà a rendere forte un legame. E questo accade perché non si conosce, a parer mio, il reale motivo per cui inizia una relazione. Sembra arduo crederlo, ma la scelta inconsapevole di un partner, è fatta per trovare nell’altro qualcosa che si crede di non avere. Nell’altro cerco sicurezza economica e stabilità: questo è, generalmente, ciò che ricercano le donne inconsapevoli, ancora oggi. Nell’altra cerco una madre da trasformare, il più delle volte, in una domestica che mi possa accudire e soddisfare. Alcuni di voi potrebbero trovare antico questo modo di pensare: vi posso garantire che, per quello che è la mia esperienza di coach, è ancora attuale e consolidata .
Sulla distanza, se questo qualcosa che non ho continua a rimanere tale, ecco che la relazione comincia a vacillare. Anziché far diventare l’altro un “insegnante” che mi porta a comprendere come fare ad ottenere ciò che desidero, ecco che si trasforma nel motivo del mio disagio. Ben presto l’unica cosa che desidero è far tornare la relazione così come era all’inizio, il che è impossibile se si considera che il cambiamento è sempre attivo. A questo punto, non resta che un’unica soluzione: sostituire il pezzo avariato con un pezzo nuovo, condannare il vecchio e osannare la new entry. La separazione –reale o virtuale- è assicurata se non si prende coscienza di ciò che sta accadendo. E anche il risultato è assicurato: un’altra relazione diversa nella forma ma identica nella sostanza, che porterà a sperimentare un finale uguale a quello appena vissuto.

Uno degli ingredienti magici per una ricetta vincente, è cominciare a pensare all’altro come a te stesso e, in men che non si dica, troverai che l’altro è il tuo specchio in cui ti rifletti. A quel punto sarai d’accordo che condannare l’altro è condannare te stesso e, partendo proprio da questa nuova visione, puoi iniziare a trovare caratteristiche positive.Fare un elenco delle doti del tuo partner è buona cosa per cominciare a fare la pace con te stesso. E’ solo l’inizio di un lungo restauro che parte, come sempre, dalla conoscenza consapevole di sé.

Voglio sottolineare che tutto ciò vale per un rapporto dove non c’è violenza fisica o psicologica. In quel caso, la cosa migliore da fare è chiudere con la relazione mettendosi al sicuro, lavorare a fondo su se stessi per comprendere le motivazioni che portano a scegliere quella tipologia di persone, e poi costruire con pazienza amorevole una vita differente. E’ un lavoro delicato che va compiuto con competenza e molta attenzione.

Detto questo, concludo affermando che l’Amore non è quantitativo: non c’è né un tot e poi finisce. L’Amore è qualitativo e vibra, tuttalpiù, di intensità. La vibrazione d’Amore per un figlio è differente rispetto a quella per un’amica, ma la qualità espressa sarà uguale perché basata sull’unione.

“Non siete racchiusi nei vostri corpi, ne confinati a case o campi. Ciò che voi siete abita al di sopra della montagna e vaga col vento. Non è cosa che striscia sotto il sole alla ricerca di calore o scava tane nella tenebra per essere al sicuro. E’ cosa libera, uno spirito che abbraccia la terra e muove nell’etere. |…| Adotta una visuale più ampia della vita e riconosci di essere una creatura spirituale che sta vivendo un’esperienza umana” Kahlil Gibran

Buon Lavoro e Buon Divertimento!